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01 Il Calendario ebraico

Calendario del mese di ottobre 1582 tratto dall'opera di Cristoforo Clavio
Il calendario del mese di ottobre 1582 tratto dal libro di Cristoforo Clavio che spiega la riforma del Calendario Gregoriano. Per riportare il calendario in accordo con le stagioni, in quell’anno furono saltati i giorni compresi tra il 4 e il 15 ottobre

Il motivo principale e concreto per cui la gente in passato studiava le stelle e i pianeti, e i loro moti relativi, fu per costruire un Calendario che fosse abbastanza attendibile.

Un Calendario conta i giorni in unità di settimane, mesi e anni. La sfida di fare un Calendario nasce dal fatto che il mese lunare non ha un esatto numero di giorni; e allo stesso modo, l’anno non ha né un esatto numero di giorni né tanto meno di mesi. Le differenze, le frazioni di giorno e le frazioni di mese si accumulano nel corso dell’anno e alla fine occorrerà aggiungere o sottrarre dei giorni per far sì che il Calendario sia in armonia con la sequenza annuale delle stagioni. Questa operazione è chiamata interpolazione. Un buon Calendario è un insieme di regole semplici e chiare che servono a stabilire quando sia necessario inserire un giorno o persino un mese lunare.

La consueta settimana costituita da sette giorni, che probabilmente ebbe origine in Babilonia, e che fu precedente alla storia scritta, secondo una teoria era un modo concreto per contare i giorni che separavano i giorni del mercato. Il mese era originariamente basato sulle fasi della Luna; conoscere il periodo in cui la luna era piena (e perciò illuminava il cielo di notte) era particolarmente importante per i cacciatori che vivevano vicino a quelle zone che erano soggette al fenomeno dell’alta marea (le alte maree venivano associate con la luna nuova e la luna piena). L’anno era un periodo molto importante per le società agricole, in quanto conoscere i periodi della semina e del raccolto era fondamentale per quanti lavoravano la terra.

Per gli antichi Ebrei, il Calendario non era semplicemente un insieme di numeri che gli uomini avevano stabilito, ma era basato su determinati fenomeni celesti che essi facevano risalire a Dio. Lo vediamo dal modo con cui la Bibbia descrive lo scopo ultimo del Creatore nel creare i corpi celesti: nella Genesi (1,14-18) ci viene detto che «Dio disse: “Ci siano fonti di luce nel firmamento del cielo, per separare il giorno dalla notte; siano segni per le feste, per i giorni e per gli anni e siano fonti di luce nel firmamento del cielo per illuminare la terra”. E così avvenne. E Dio fece le due fonti di luce grandi: la fonte di luce maggiore per governare il giorno e la fonte di luce minore per governare la notte, e le stelle. Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra e per governare il giorno e la notte e per separare la luce dalle tenebre». Anche nel Salmo 104 al v. 19 leggiamo: «Hai fatto la luna per segnare i tempi». Quindi il Calendario ebraico originale era controllato dai fenomeni celesti che ognuno poteva facilmente vedere.

Diagramma astronomico delle stagioni
Il movimento annuale della Terra intorno al Sole e il susseguirsi delle stagioni, come illustrato nel libro di C. Flammarion Astronomie Populaire, pubblicato a Parigi nel 1880

La lunghezza reale di un mese lunare – il tempo durante il quale la Luna attraversa tutte le sue fasi – è di ventinove giorni e mezzo (29,53085 giorni secondo il calcolo presente). Secondo gli Ebrei il loro anno consisteva di dodici mesi che si alternavano con la lunghezza di 29 e 30 giorni. Il problema è che questo anno lunare ha solamente 354 giorni e perciò è circa 11 giorni più corto dell’anno solare che segue le stagioni. Gli agricoltori, però, dovevano tenere a mente le stagioni per regolare le loro attività agricole come la semina e il raccolto. In ogni calendario destinato a seguire sia la Luna che il Sole (un calendario lunisolare), è necessario introdurre un mese extra intercalato ogni due o tre anni.

Nel 432 a.C., il matematico greco Metone osservò che 19 anni solari corrispondevano a 235 lunazioni; si trattava solo di una differenza di un paio di ore, che equivalevano a circa un giorno nell’arco di circa 300 anni. È possibile dunque coordinare i calendari lunari e solari inserendo sette mesi intercalari (o embolistico) in questo periodo di 19 anni. È abbastanza facile costruire una tavola per ogni anno del ciclo di Metone, partendo dal giorno in cui c’è una Luna nuova. Poiché il ciclo si ripete, si avrebbe un calendario quasi costante. Metone inventò questa regola per quando inserire dei mesi extra.

Ma gli antichi ebrei non conoscevano il ciclo di Metone. In assenza di una regola precisa, non era per niente semplice inserire un mese extra intercalato. Un esperto in astronomia potrebbe facilmente stabilire la posizione del Sole con un semplice gnomone (può osservare il cambiamento della lunghezza dell’ombra del Sole mentre viene proiettata da un palo verticale o da un obelisco) ma il Sinedrio, l’assemblea degli anziani che regolava la vita degli ebrei, non era particolarmente sistematico nel calcolare il progresso delle stagioni degli agricoltori. Era difficile stabilire con certezza la prima Luna (o mese) dell’anno; i mesi intercalati erano inseriti tutte le volte che si riteneva necessario. Trovarono più facile tener traccia degli anni in base ad alcuni eventi importanti che avvenivano nel corso dell’anno, piuttosto che cominciare a contare dall’inizio dell’anno.

L’anno cominciava sempre con il primo giorno del mese lunare. Di solito, il primo mese dell’anno veniva fatto coincidere con l’inizio della primavera (in alcuni posti fu fatto cominciare con l’autunno, ma l’idea era la stessa). Il mese lunare cominciava sempre con la Luna nuova. Il giorno della Luna nuova, la Neomenia, era una festa che contemplava il rito di alcuni sacrifici presso il Tempio (cf. Nm 28,11-15).

Annuncio dell'avvistamento della prima falce della Luna
«La prima apparizione della falce di Luna veniva annunciata al popolo dal sommo sacerdote e proclamata al suono delle trombe...» Questa illustrazione, piuttosto fantasiosa, è tratta da p. 137 di Astronomie Populaire di C. Flammarion

Non fu sempre facile fissare l’inizio del mese. A parte il cattivo tempo che impediva la visione della luna, era quasi impossibile osservare il fenomeno della Luna nuova quando essa si verifica in congiunzione con il Sole, che con la sua luce ne impediva la vista. Si può vedere solo la sottile Luna crescente il giorno dopo la Luna nuova, e persino questo non è facile. Gli stessi mussulmani ancora oggi devono aspettare la prima Luna crescente della Luna nuova per regolare il loro calendario religioso; essi si servono di osservazioni dirette per stabilire gli inizi del mese e quindi dell’anno.

Per determinare la data della Pasqua, gli Ebrei seguivano la legge mosaica stabilita nell’Esodo (12,1-8), Numeri (28,16) e Levitico (23,5): «Il quattordici del primo mese dell’anno, fin dalla sera, celebrerete in mio onore la festa di Pasqua». La quattordicesima notte del primo mese equivale alla prima Luna piena dell’anno, poiché la Luna piena avviene sempre 14 giorni dopo la Luna nuova.

Si noti che con questa definizione, la celebrazione della Pasqua non era per loro una “festa mobile” ma era fissata lo stesso giorno dello stesso mese di ogni anno: il giorno della prima Luna piena dell’anno. La scelta di quale mese fosse il primo mese dell’anno spettava al Sinedrio, come abbiamo già visto, stava ad esso decidere se era conveniente in un dato anno aggiungere un mese intercalato. Era possibile perciò commettere degli errori viste le difficoltà che abbiamo già citato e l’inesperienza di coloro che prendevano le decisioni.

Una volta che il Sinedrio aveva osservato l’apparire della Luna nuova, seguiva una solenne proclamazione, accompagnata dallo squillo delle trombe, e una serie di sacrifici offerti nel Tempio, e alcuni messaggeri venivano inviati nelle altre città del paese. Se le cattive condizioni atmosferiche impedivano le osservazioni dirette del cielo erano soliti procedere usando dei calcoli basati sulle osservazioni fatte nei mesi precedenti. La stessa procedura veniva adottata per la proclamazione dell’inizio dell’anno.

Dopo la distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. e la conseguente Diaspora del popolo ebraico, non fu più possibile mantenere questo sistema; non c’era più l’autorità di un Tempio che annunciasse l’inizio del mese o dell’anno.

Fu allora che si decise di adottare il Ciclo di Metone dei 19 anni per calcolare un calendario, che non era più basato sull’osservazione diretta della Luna. In questo modo l’intera comunità ebraica della Diaspora poteva celebrare la Pasqua lo stesso giorno.

02 Il Calendario cristiano e il Concilio di Nicea

All’inizio i primi cristiani seguirono gli Ebrei nel calcolare il giorno della Pasqua, ma ben presto le loro strade si separarono, ritardando la celebrazione della Pasqua il giorno immediatamente dopo il sabato – domenica – che seguiva la Pasqua. Questa festa aveva un significato diverso per i cristiani: non era la liberazione dalla schiavitù d’Egitto, ma la promessa della Risurrezione (avvenuta di domenica) e la liberazione dal peccato. Ma, come per gli ebrei, le varie Chiese cristiane erano lontane le une dalle altre e non sempre la comunicazione era facile; ognuna dovette trovare il modo di stabilire la data della celebrazione di Pasqua in maniera completamente autonoma. Questa decisione compromise l’unità della Chiesa cristiana, un problema che fu ben presto affrontato dal Concilio di Nicea, che si tenne nel 325 d.C., una data davvero importante per il Calendario cristiano.

Già in quel periodo, il Calendario di Giulio Cesare era in uso in tutto l’Impero Romano. In questo Calendario non occorreva stabilire se fosse necessario o meno inserire un mese al fine di far cadere il primo mese in primavera; i mesi lunari di 29 o 30 giorni furono sostituiti dai 12 mesi di 30 oppure di 31 giorni che erano semplicemente intervalli di tempo stabiliti dalla convenzione. Naturalmente, i mesi lunari erano spariti per sempre nel Calendario romano. Il vantaggio di questo sistema sta nel fatto che l’anno giuliano era ben armonizzato con le stagioni e i movimenti del Sole. Dato l’uso universale di questo calendario, il Concilio fissò l’equinozio del calendario giuliano al tempo del Concilio, e seguendo l’interpretazione del testo del Vecchio Testamento fissava la Pasqua ebraica (e perciò la Pasqua) la domenica dopo il primo plenilunio e cioè dopo il 21 marzo. Se la Luna piena cadeva di domenica, la Pasqua sarebbe stata celebrata la domenica seguente. Questo per evitare la confusione della Pasqua cristiana con la Pasqua ebraica. Si noti che con questa definizione, il Calendario non dipendeva più da un’autorità che annunciasse ogni anno in maniera solenne la data della Pasqua con tutte le connesse arbitrarietà e incertezze. Ora ogni Chiesa, anche quelle più distanti, poteva calcolare da sola quando si doveva celebrare la Pasqua.

Il Concilio avrebbe potuto definire la Pasqua tramite l’osservazione diretta della Luna piena; invece preferì stabilire il giorno della Luna piena indipendentemente dall’osservazione diretta, perché non era sempre possibile fare certe osservazioni a causa delle condizioni meteorologiche. Si affidò, perciò, al ciclo di Metone, di cui abbiamo già parlato.

Frontespizio dell'opera di Cristoforo Clavio sul Calendario Gregoriano
Dopo che Papa Gregorio XIII ebbe approvato la proposta di riforma del calendario, il gesuita Cristoforo Clavio scrisse un libro per spiegare le ragioni della riforma e il suo funzionamento. Qui è mostrato il frontespizio di una copia conservata nella biblioteca della Specola Vaticana a Castel Gandolfo

I Padri del Concilio di Nicea erano consapevoli del fatto che la posizione della data di Pasqua era una semplice interpretazione matematica dei testi citati nel Vecchio Testamento. Alla Chiesa d’Alessandria, una città che aveva una forte tradizione astronomica, fu dato il compito di preparare uno schema più specifico per calcolare la data di Pasqua. Il sistema che fu finalmente adottato per determinare la data della Luna nuova fu calcolato 200 anni più tardi da Dionigi Esiguo, un monaco che viveva a Roma nella prima metà del VI secolo. In questo lavoro, egli introdusse il concetto e la numerazione dell’”Anno Domini”.

Dionigi compilò una tabella che consentiva di ricavare la data della Luna nuova per ogni mese di ogni anno giuliano nel ciclo di 19 anni di Metone; questa tabella veniva ripetuta ogni 19 anni. Il primo ciclo si stabilì che iniziava con l’anno 1 AD. Si definì anche un Numero d’Oro come il valore che indicava dove andava a cadere l’anno corrente nel ciclo di Metone. In pratica per calcolare la data della Pasqua di un dato anno, si determinava anzitutto il Numero d’Oro; quindi nella tabella di Dionigi per la Luna nuova si cercava la prima Luna nuova dopo il 21 marzo. La Luna di Pasqua, la Luna piena, sarebbe caduta 13 giorni dopo, cioè il giorno 14 del mese lunare. La data della Pasqua sarebbe stata la domenica dopo questa Luna piena a meno che questa Luna non cadesse di domenica; in quel caso la Pasqua sarebbe stata celebrata la domenica successiva (era possibile calcolare facilmente anche in quale giorno cadeva la domenica per un dato mese in un dato anno riferendosi ad altre tavole preparate da Dionigi. La sequenza dei giorni della settimana continuò ininterrotta per tutto il tempo delle riforme del Calendario).

Grazie a queste nuove tavole della Luna nuova, la data di Pasqua poteva essere calcolata senza ambiguità. La nuova Luna pasquale sarebbe caduta tra l’8 marzo e il 5 aprile, e in questo modo la Luna piena poteva cadere dal 21 marzo al 18 aprile. Data la possibilità che il 18 aprile stesso potesse essere una domenica, le date della Pasqua andavano dal 22 marzo al 25 aprile.

Si ricordi che, per gli antichi Ebrei, la Pasqua era sempre fissata il quattordicesimo giorno del primo mese dell’anno, ossia il giorno in cui ricorreva la Luna piena. Per loro, la data poteva essere determinata senza bisogno di ricorrere ad alcuna tavola complicata e approssimativa; ognuno poteva vedere la Luna piena e questo era sufficiente per determinare i giorni festivi. La Pasqua cristiana, non seguiva più questa logica; infatti la Pasqua potrebbe cadere sette giorni dopo la Luna piena.

03 La Riforma Gregoriana del Calendario

Certamente i padri del Concilio di Nicea si resero conto che il loro Calendario non era perfetto. Compresero che la durata dell’anno solare giuliano era leggermente troppo lunga e che la differenza sarebbe stata percepibile entro una o due generazioni, poiché l’errore continuava ad accumularsi. Tutti capirono che questo “difetto” introduceva un errore di circa un giorno in 133 anni se uno confrontava l’anno giuliano di 365 giorni e un quarto con il valore effettivo dell’anno. Ben presto si sollevarono numerose voci che chiedevano una riforma del Calendario.

Nel Medio Evo, i Calendari furono usati per indicare il giorno “vero” o astronomico dell’equinozio, che corrispondeva all’entrata del Sole nella costellazione dell’Ariete, e l’equinozio “ufficiale” che ricorreva sempre il 21 marzo. Entro il 1500 questa differenza era già aumentata di 10 giorni. Ma questo non fu l’unico motivo della Riforma del Calendario. C’era anche un errore di quattro giorni nella determinazione della Luna nuova secondo il ciclo di Metone, che non stabiliva più la data di Pasqua secondo lo spirito di Nicea. La situazione, dunque, sembrava sfuggire di mano.

Prima di tutto, era necessario adottare un valore dell’anno che fosse più vicino alla sua effettiva lunghezza. Quando Giulio Cesare, seguendo il consiglio dell’astronomo Sosigene d’Alessandria, introdusse l’anno di 365.25 giorni, era risaputo che questa durata era leggermente troppo lunga – dando luogo a un errore di un giorno in circa 133 anni. Ma per fare un Calendario semplice e pratico, fu deciso semplicemente di intercalare, o inserire, un giorno ogni quattro anni e rimandare le altre correzioni a una futura data. Questa piccola differenza si era accumulata con il passare del tempo, perciò nel Medio Evo fu evidente che l’equinozio di primavera non coincideva più con l’equinozio ufficiale del 21 marzo.

I Concili della Chiesa, particolarmente quelli tenuti a Costanza (1414-1418) e a Trento (1545-1563), chiesero che i Papi s’impegnassero a correggere il Calendario. Il ritardo, comunque, non fu dovuto alla negligenza dei Papi, ma al fatto che nessuno fino ad allora aveva presentato una Riforma che fosse valida e semplice, priva di ambiguità e in sintonia con le decisioni del Concilio di Nicea.

Pietro Pilati, in un trattato pubblicato a Verona nel 1560, annotava che tre volte 133 anni ammontavano, in pratica a 400 anni. Si rese conto, perciò, che si poteva ottenere una approssimazione migliore togliendo tre giorni ogni 400 anni: suggeriva di mantenere l’anno regolare di 365 giorni con un anno bisestile ogni quattro anni, eccetto per gli anni che finivano con due zeri. Ma quando questi anni erano divisibili per 400, ci sarebbe stato un anno bisestile (dunque, mentre il 1896 e il 1904 erano anni bisestile, il 1900 non lo era; ma lo era il 2000).

Questo, però, fu solo il primo passo verso la Riforma del Calendario. Fino a quel momento le Lune nuove nelle tabelle di Dionigi avevano già uno scarto di 4 giorni rispetto alle posizioni osservate della Luna. Pilati studiò le lunazioni con le tavole astronomiche del suo tempo, ma non riuscì a trovare una vera e propria soluzione. Essa fu lasciata ad Aloisio (Luigi) Lilio (1510-1552), professore di medicina dell’Università di Perugia.

Egli fa notare che lo schema di Dionigi, secondo il quale uno guardava la Luna nuova per ogni Numero d’Oro che corrispondeva al relativo anno, permetteva solo d’inserire dei mesi extra al fine di far coincidere i Calendari lunari con quelli solari. L’idea di Lilio era di usare l’epatta, che corrispondeva alla differenza tra l’anno lunare e l’anno solare contata in giorni invece che in mesi. Questo permetteva di adattare il calendario in base a un giorno piuttosto che in base a un intero mese. L’epatta per un dato anno fu definita come l’età della Luna, cioè il giorno del mese lunare, il primo giorno di gennaio di quell’anno. Ad esempio, se in questo giorno la Luna era nel suo quattordicesimo giorno (Luna piena), l’epatta di quell’anno sarebbe stata “14”. In questo modo si potevano sostituire le vecchie tavole di Dionigi con una tavola equivalente che rimpiazzava il Numero d’Oro con l’epatta. Per computare la data di Pasqua, allora, si procedeva più o meno come prima; si usava l’epatta dell’anno al posto del Numero d’Oro. E mentre il ciclo di Metone si allontanava dall’effettiva ricorrenza della Luna nuova, l’epatta, invece, poteva essere aggiustata dal numero dei giorni richiesti per far sì che il Calendario fosse in linea con le osservazioni. Questa intercalazione fu chiamata l’equazione (nel senso vecchio della parola) dell’epatta.

La regola dell’“equazione” che fu adottata avrebbe ridotto l’età della Luna di un giorno ogni 300 anni, ripetendo questa correzione su 8 di questi cicli di 300 anni, per fare poi un ulteriore aggiustamento di un giorno dopo un intervallo di 400 anni. Questo ciclo di 2.800 anni poteva essere ripetuto indefinitamente.

Infine fu deciso di far ricorrere tutte queste intercalazioni e correzioni solamente negli anni che finivano con due zeri. Questi anni sono chiamati anni secolari poiché essi cominciano o finiscono il secolo. In ogni anno secolare, perciò, si potrebbe introdurre un’equazione di un giorno, se necessario (spostando indietro l’equazione della Luna ogni 300 o 400 anni) per aggiustare l’anno lunare, mentre si fa contemporaneamente la correzione appropriata (anno bisestile o meno) all’anno solare. La somma di queste due correzioni serviva a modificare le tavole dell’epatta, che avrebbero preso il posto delle appropriate tavole del Numero d’Oro.

La proposta di Aloisio Lilio, presentata dopo la sua morte a Papa Gregorio XIII da suo fratello Antonio, fu immediatamente accettata. Fu nominata una Commissione per il Calendario per preparare una descrizione della proposta, chiamata Compendio, e nel 1577 fu inviata a tutte le autorità civili d’Europa, comprese le università e le accademie. Dopo aver verificato risposte, la commissione per il Calendario preparò la Bolla Papale, Inter Gravissimas, che nel 1582 decretò l’adozione del nuovo Calendario.

Papa Gregorio XIII
Papa Gregorio XIII promulgò la moderna riforma del calendario nel 1582.

Forse si può dire che l’introduzione del nuovo Calendario fu più una correzione che una riforma. Si usava semplicemente un valore un po’ più accurato per la lunghezza dell’anno e allo stesso tempo un metodo più adatto a calcolare le fasi della Luna. La regola giuliana per gli anni bisestili fu solo leggermente modificata. Con il meccanismo delle epatte di Lilio, il Ciclo metonico fu preservato come un valido mezzo per calcolare la Pasqua in sintonia con la tradizione. Infine, e per una volta sola, furono eliminati 10 giorni per riportare l’equinozio al 21 marzo, spostandolo indietro d’accordo con la data ufficiale in uso sin dal Concilio di Nicea. Questo fu il grande merito della Riforma Gregoriana: grazie a una piccola modifica e a delle leggi chiare, le intenzioni del Concilio venivano rispettate. E poiché essa faceva assegnamento su un Concilio convocato prima dello scisma tra Oriente ed Occidente, si sperava che questa Riforma potesse evitare ulteriori conflitti con la Chiesa ortodossa.

Un membro importante di questa commissione per la Riforma del Calendario fu Padre Cristoforo Clavio S.J., professore di matematica del Collegio Romano, famoso per le sue pubblicazioni di geometria, aritmetica e astronomia. Non è facile sapere quale ruolo egli avesse nella commissione, ma basta dire che egli fu quello incaricato dal Papa di descrivere e difendere il nuovo Calendario. La sua opera Explanatio Romani Calendarii (Roma, 1603), è fondamentale e indispensabile per chiunque voglia studiare la Riforma.

Come egli stesso faceva notare, c’erano tante altre possibili soluzioni per la Riforma del Calendario. Per esempio, si poteva lasciare il vero equinozio il 21 marzo, o semplicemente fissare la Pasqua a una data non trasferibile; oppure usare le tavole astronomiche per determinare la prima Luna piena di primavera. Questi approcci avrebbero senz’altro segnato una significativa rottura con la tradizione che si era ispirata al testo dell’Antico Testamento per determinare la data della Pasqua ebraica. Si cercò invece per quanto fu possibile di attenersi allo spirito di quanto era stato stabilito dal Concilio di Nicea e di rispettare la lunga tradizione della Chiesa. Poiché il vero equinozio era stato originariamente fissato il 21 marzo, quello non sarebbe stato cambiato per determinare la Pasqua. Inoltre, si voleva un sistema semplice che non richiedesse alcuna conoscenza o comprensione dell’astronomia, in una forma che potesse essere facilmente trasportata e adattata alle regioni lontane dagli esploratori e dai missionari, che avrebbero potuto creare accuratamente e senza ambiguità il Calendario.

Nel capitolo IV del suo libro, Clavio fornisce ulteriori spiegazioni sul perché si dovesse adottare questa versione del Calendario. Egli sostiene che se uno dovesse adottare il valore astronomico vero per stabilire la Luna nuova invece del valore approssimativo secondo il Ciclo metonico dei 19 anni, questo probabilmente provocherebbe dei conflitti e metterebbe a rischio l’unità dei cristiani (già compromessa dalla Riforma Protestante). Secondo Clavio, usare le tavole astronomiche non sarebbe stato d’alcun aiuto, a causa delle discrepanze presenti nelle diverse tavole di quel periodo. Sembrava invece più conveniente adottare un Calendario che potesse essere usato da chiunque, senza affidarsi a degli esperti che non sempre erano d’accordo tra loro. Questo è quanto avveniva nel XVI secolo.

Il nuovo Calendario fu accettato immediatamente nei Paesi cattolici. Nei Paesi protestanti, invece, per ovvie ragioni politiche e religiose, ci fu grande riluttanza nell’adottarlo. Alcune comunità protestanti nella Germania del Nord scelsero di calcolare le date della Luna piena ricorrendo alla data astronomica e questo, osservava Clavio, fu una scusa per evadere la Riforma Gregoriana. Solo all’inizio del XVIII secolo la Riforma venne accettata da tutta l’Europa eccetto che dai cristiani ortodossi (una tavola completa delle date di adozione in ogni Paese si può trovare nell’Explanatory Supplement to the Astronomical Ephemeris preparata dal Royal Observatory a Londra; oppure si veda E. G. Richards, The Mapping of Time, Oxford, 1999).

Padre Cristoforo Clavio S.J.
Padre Cristoforo Clavio S.J., professore di matematica al Collegio Romano, noto per le sue pubblicazioni di geometria, aritmetica e astronomia; fu incaricato dal Papa di descrivere e difendere il nuovo calendario.

Secondo la Commissione della Riforma, il nuovo Calendario era nella sua essenza perpetuo, nel senso che se uno compara il valore dell’anno tropicale gregoriano con il valore trovato nella tavola alfonsina di 365,24255 giorni, troverebbe un errore di un solo giorno in circa 20mila anni. Molti erano convinti che la fine del mondo sarebbe arrivata ancor prima di questo giorno. In ogni caso, essi credevano che dopotutto non doveva essere tanto difficile fare questa piccola correzione di un giorno dopo così tanti anni. Tuttavia, confrontando l’anno gregoriano con l’anno tropicale moderno, si scopre che la differenza di un giorno in realtà si verifica molto prima, ossia dopo 3.000 anni.

Nonostante ciò non si ritenne necessario migliorare l’anno tropicale gregoriano. Di tanto in tanto, qualcuno sottolinea che il valore dell’anno gregoriano è in errore; ma quello che spesso dimenticano è che la commissione per la Riforma era molto consapevole di non avere adottato il valore più esatto e migliore dell’anno tropicale allora in uso. In realtà si trattava di un valore condizionato dalla decisione di fare delle interpolazioni nel corso degli anni secolari.

04 Approcci moderni per riformare il Calendario Gregoriano

Adesso parliamo dei tentativi che diverse società e nazioni fecero per arrivare a un Calendario perpetuo. La base sulla quale ogni proposta si fondava era che non c’era un numero esatto di settimane in un anno. C’è sempre un giorno in più, due negli anni bisestili, che non appartiene a nessuna settimana; e molti gruppi religiosi rifiutarono in maniera assoluta di accettare qualsiasi interruzione nel ciclo settimanale (interrompendo così la celebrazione del Giorno del Signore).

Altri proposero di modificare la lunghezza dell’anno gregoriano, che è un po’ più lungo del valore reale; ma essi dimenticarono che anche la durata del giorno è variabile, come mostreremo più avanti, e non è consigliabile modificare l’anno per ottenere una combinazione migliore per il numero frazionario dei giorni in un anno, quando non si sa esattamente quale sarà la lunghezza del giorno stesso in futuro.

In un’assemblea del Consiglio Mondiale delle Chiese tenuta ad Aleppo in Siria nel 1997, fu proposto che la regola del Calendario Gregoriano per determinare la Pasqua doveva essere eliminata in favore di un calcolo più preciso e in sintonia con le effemeridi astronomiche. Questo tentativo era già stato fatto per un certo periodo in vari Paesi protestanti, fino a quando essi stessi decisero di adottare il Calendario Gregoriano; e certamente gli editori dei Calendari che vengono stampati oggi includono le date delle fasi della Luna basate sugli almanacchi astronomici. Ma anche se questa potrebbe sembrare un’idea logica, in pratica non è così semplice o scontata quando si tratta di stabilire la data di Pasqua.

Anzitutto, se si decide di usare le tavole astronomiche, occorre scegliere quale longitudine usare per i calcoli (per esempio, per determinare se una data Luna piena cadrà di sabato o di domenica). Ammettiamo che di comune accordo si scelga di fare i calcoli fingendo di essere a Gerusalemme. Ora, mentre l’“equinozio di primavera” per il Calendario Gregoriano è sempre fissato il 21 marzo indipendentemente dalla posizione effettiva della Terra, può avvenire che la primavera in realtà cominci il 20 marzo o persino, in alcuni anni, il 19 marzo alla longitudine di Gerusalemme. In preparazione alla conferenza di Aleppo, la data di Pasqua venne calcolata usando i metodi adottati sia dal Calendario astronomico che da quello Gregoriano. Dall’anno 2001 fino al 2100 i metodi astronomici e Gregoriani non coincisero per ben nove volte. Questa differenza non ci sorprende affatto dal momento che l’uso della longitudine di Gerusalemme influenza tutte le date dell’equinozio impiegato per determinare quale Luna piena è la prima Luna piena di primavera.

Tavola delle feste mobili tratta dal libro di Cristoforo Clavio sulla Riforma Gregoriana
La forza della Riforma Gregoriana consiste nel fatto che è possibile calcolare le date indefinitamente nel futuro. Questa tavola, tratta dal libro di Clavio sulla Riforma Gregoriana, elenca le date delle feste mobili come la Pasqua (Pascha Calend. noui – Pasqua, nuovo calendario – seconda colonna da destra), calcolate per oltre quattrocento anni nel futuro

Inoltre, mentre il Calendario Gregoriano si serve di un’aritmetica semplice e facile da usare basata su numeri interi, con il cambiamento proposto si dovrebbero usare valori frazionari delle effemeridi che sono costantemente variabili. Di solito questo non farebbe nessuna differenza tra la Pasqua stabilita dal Calendario Gregoriano e da quello “astronomico” ma, se dovesse accadere che la Luna piena si verifichi pochi minuti prima o dopo la mezzanotte (a Gerusalemme), questo potrebbe provocare dei problemi. Fortunatamente questo non accadrebbe spesso, ma non può essere escluso: ci potrebbero essere casi incerti qualora si volessero fare dei calcoli a lunga scadenza per la data di Pasqua.

Il motivo di tutto questo è che le lunazioni sono calcolate con quello che viene chiamato “Tempo Dinamico Terrestre” ( che viene misurato dagli “orologi atomici”: orologi molto precisi basati sulle diverse proprietà dell’atomo). Ma le lunazioni che sono necessarie per il calcolo liturgico della Pasqua sono calcolate con il “Tempo Universale” che si ottiene semplicemente contando il numero dei giorni, cioè il numero delle rivoluzioni della Terra intorno al suo asse. La differenza ∆T fra questi due tempi è leggermente variabile in modo imprevedibile, che varia nel corso del tempo, dovuto al fatto che la rotazione della Terra intorno al suo asse non è uniforme. Anche se noi potessimo calcolare la posizione del Sole e della Luna in base al Tempo Dinamico Terrestre per un tempo lontano nel futuro, quella non sarebbe certamente la posizione che verrebbe usata da un Calendario, che viene misurata in riferimento al Tempo Universale. Perciò non sarebbe possibile preparare una tavola con le date di Pasqua a lunga scadenza, ma solo per un intervallo di anni per il quale l’incognita ∆T non è critica; in altre parole, fino a quando noi non ci troviamo nella situazione – molto rara ad essere sinceri – in cui la Luna nuova si verifichi entro l’errore del ∆T delle effemeridi. Naturalmente questo influenza solo il calcolo della Pasqua nel lontano futuro, ma sarebbe necessario stabilire un’autorità per decidere che cosa fare in queste particolari circostanze.

La regola gregoriana per il calcolo della Pasqua è in realtà molto semplice e si stabilisce automaticamente senza bisogno di dover ricorrere ad un’autorità che sarebbe chiamata a prendere delle decisioni solo in alcuni casi incerti, che in realtà non ci sono. Dopo 3mila anni sarà necessario eliminare un giorno nell’anno perché, per ragioni di semplicità come abbiamo già detto, l’anno gregoriano è ancora un po’troppo lungo. L’inizio di un millennio può fornire una perfetta opportunità per correggere l’anno e allo stesso tempo fare una variazione per un intero numero di giorni nell’equazione della Luna nuova, in maniera simile alla regola fondamentale della Riforma Gregoriana del Calendario.

L’introduzione di una più “scientifica” determinazione della Luna piena in primavera non elimina il problema fondamentale della data della Pasqua: quando dovrebbe cadere se fosse vicina agli estremi del tempo consentito, e si deve scegliere tra il 22 marzo o il 25 aprile? In altre parole, la Pasqua dovrebbe essere celebrata all’inizio della primavera o approssimativamente al centro della stagione? Questa oscillazione della data di Pasqua porta con sé le date di tutte le altre feste mobili, come l’inizio della Quaresima, la festa di Pentecoste e le domeniche del Tempo Ordinario durante l’anno. Naturalmente, fissare la Pasqua indipendentemente dalla Luna piena, per esempio nell’ultima domenica di marzo oppure la prima domenica di aprile, ridurrebbe quest’oscillazione a meno di una settimana. Questo però sarebbe contrario allo spirito del Concilio di Nicea.

Nell’insieme, non sarebbe una buona idea introdurre dei cambiamenti nel Calendario a meno che essi siano stati ben ponderati e siano durevoli. Se non fosse così, questi cambiamenti genererebbero solo una grande confusione nella cronologia storica. Dopotutto, qualsiasi modifica alle regole del Calendario non potrebbe dimenticare che la data della Pasqua ha un’importanza fondamentale per i cristiani che vogliono essere in comunione con tutti gli altri cristiani per evitare ulteriori divisioni e confusione.

Ci si può anche domandare se l’aumento della precisione che verrebbe con l’introduzione dell’uso delle posizioni lunari calcolate con le moderne effemeridi sarebbe giustificato, visto che prescinderebbe dal Vecchio Testamento e dalla pratica tradizionale dei cristiani. In ogni caso, non si dovrebbe dimenticare che l’intenzione principale del Concilio di Nicea non era tanto la precisione astronomica, quanto l’unità di tutti i cristiani nella celebrazione della Pasqua.